I fallimenti

Se riuscissi
imparerei seriamente
ad usare i congiuntivi
sarei più elegante, sicuro.
Sarei l’apparenza del bello
avrei un cappello
con un coniglio bianco
quello dei maghi che sanno stupire.
Se sapessi davvero masticare le parole
apparirei come un angelo
con un’aura splendida
una mano sul cuore
un bagliore nei -tuoi- occhi.
Saprei, sì forse
scrivere la poesia più struggente
quella del cuore spezzato, quella
che raccoglie le lacrime al fondo.
Potessi capire davvero un congiuntivo
il mondo cadrebbe ai miei piedi
sbattendo ai bordi del cerchio
tornando un po’ indietro
atterrandoci al centro, al centro.
Avrebbe la sedia in prima fila
l’applauso più dotto
le mani bruciate
ma, c’è un campanile
che segna un rintocco
e sulle mie rughe
un tempo è nascosto
che spalma la vita
sui congiuntivi riversi per terra
a scavarmi la fossa
dell’ignoranza più vera
dove mi appoggio a quest’ora
a meditare. A dirmi sai
non è il tempo nella testa che basta
non c’è congiuntivo che tenga
i fallimenti tesoro
sono all’orecchio, tra i palmi
tra le giunture di questa vita
sulle ginocchia sbucciate
sulle nocche, tra i denti digrignati.
Sono tra le costole dei tuoi potessi
dei tuoi riuscissi, dei tuoi sapessi

@nella

Pubblicità

Mi chiedo come

Nemmeno il pregiudizio ormai fa paura

il declino della sera

l’attimo prima del sonno

nulla ha potere sulle spalle scrollate

è tutta una corsa, verso cosa poi è un mistero.

Una pressione perpetua sui desideri

piangersi addosso.

Abbiamo imparato col tempo

la commiserazione comune

l’insopportabile pietà verso noi stessi

abbiamo imparato la lotta, e abbiamo perso.

Dovremmo imparare a perdonarci piuttosto.

Abbiamo addosso il rimpianto

la felicità che sfugge ancora

possiamo appoggiare la testa su un altro

o reggerla da soli per quel miserabile orgoglio.

Odiare nostro padre

ché non è stato l’eroe che pensavamo

o nostra madre ché ha smesso di imboccarci

o rimboccarci un lenzuolo.

La vita in fondo è tutto un inganno

per ogni momento rubato

e qualsiasi possesso. È un declino.

Col senno di poi

ogni ruga si chiama saggezza

ed è troppo tardi quando

decidiamo di darle la colpa.

Esisterà sempre

qualcuno che avrà deciso al tuo posto

in qualche occasione perduta, sicuro.

Pensare che non ci sia più nulla da avere

oltre i rimpianti

di quella che era una vita felice

probabilmente non abbiamo saputo guardare

oppure sbagliando

abbiamo vissuto di stupide aspettative.

Mi chiedo come si viveva

quando si usava il gettone

quando l’hula hoop era il gioco più ambito

le big babol le chewing gum rosa più pericolose

quando la vita era più lenta

quando volevamo essere grandi

perché pensavamo di diventare liberi.

Prima delle delusioni

prima di ogni morte in vita.

Prima di questa prigionia. Prima.

Prima di adesso. Ora

@nella

La guerra

Cosa c’è di poetico nell’aspettare Natale
senza le luci che fanno festa
il candido color della neve
le sue acrobazie mentre cade
e gli occhi al cielo.
Cosa c’è di poetico
nella bolletta ‘sto mese
nei negozi vuoti
e negli occhi del commerciante
che chiude per sempre
oggi, domani.
Un’altra pallottola esplode
un’altra bomba.
Le fosse comuni riempite di ossa
la polvere sui DNA dei cari dispersi
i figli le madri, i giovani
che devono restare. Il fango
il freddo, nessuna casa ha calore.
Cosa c’è di poetico nelle malvagità del nostro tempo
che pareva un tempo andato
ma è adesso
tra le sfilate di moda
le influencer
i like e i follower
il nuovo rossetto
la crema antirughe
che promette miracoli.
La guerra
ha il colore dei visi impauriti
dei perché, dei buncher
dell’ego esagerato
dei dittatori senza pietà
di urla e lacrime.
E io
che ascolto un altro telegiornale
nel tempo dell’affanno
accartoccio ogni senso nel cuore
non posso pensare
l’angoscia mi arrende.
Avremo ancora un figlio da salvare
Dio ha un ego sproporzionato
qualcuno lo imita ancora ingenuo
forse non crede che ci sia
un Getsemani
dove incontrare il prossimo Giuda
forse non crede
che ci sia una giustizia.
Una nuova vita.
Avrò la speranza domani
e ci sarà ancora, un Natale

@nella

Non so camminare sul mare

E chi lo dice che il vuoto sia amore

quando mi affaccio alla finestra

e sento il morso del precipizio.

Aspetto me a ridosso di una vita

aspetto me, per vedermi passare.

Non c’è Giulietta nel ventunesimo secolo

né Shakespeare ad inventarsi Romeo.

Non c’è Francesca di un Dante esaurito

e il suo Paolo a cercare la rima

in un mondo che sprofonda.

Vate osannato dei nove cerchi

nei libri di scuola pesanti i suoi canti.

Cosa c’è di moderno

nel genio di un imbuto

al centro della terra io dico!

Eppure l’inferno

ha un non so che di moderno, sapete?

Un tavolo agghindato a festa

un Natale, una Pasqua

sui destini ultimi dell’umanità

tutto il fuoco del mondo e noi

in questa commedia

ogni giorno arenarti in un limbo

a sperare un paradiso

affacciati ad una finestra

nel morso di un precipizio

o di una mela. Rivelazioni o profezie

nel sacro e profano non voglio

che mi si commisuri a qualcuno

non voglio

che mi si associ ad un’apocalisse.

Ricordatemi pure come unicità e senso

senza genio o eroiche gesta.

Aspetto me

a piedi scalzi e vesti bianche

ché non so camminare sul mare

ma posso provare ad essere. Io

@nella

Giovani italiani

A me non piacciono le costrizioni, i parametri, le rime, le stilose porzioni di sillabe che costringono i versi al conto e a cercare l’ultimo accento nel vocabolario. Io sono una di fretta, come di fretta è il mondo, mi sono adeguata.
Eppure se ci penso la vita qui da me è più lenta, c’è ancora una primavera da aspettare, c’è ancora un albero in fiore, una poesia. Ma niente, mi sono dovuta adeguare, al caos, allo smog, alla voce bassa, alla settimana della moda, al tram, alla metro, al Duomo, alle corse, a non scivolare sui sampietrini, e a stare attenta, attenta alle lancette quando vivevo al nord. Qui da me un’amica dice, dai, ci vediamo nel pomeriggio per un caffè, e tu dici, d’accordo ti avviso quando esco. Al nord invece un’amica dice, ci becchiamo alle quindici e quindici, se non ci sei io vado.

Ricamare i petti delle giacche era diventata una sequenza, una sorta di catena di montaggio, pensavo come Frederick Taylor e agivo come Ford.
Per non parlare della fabbrica dove cucivamo i vestiti giganti delle mascotte, i guanti di spugna, mentre aspettavamo che asciugasse la colla dei copriscarpa, e tagliavamo le magliette che andavano veloci alla signora di turno alla tagliacuci per la rifinitura.
Non vi dico il call-center, un numero dietro l’altro e un continuo ripetere le stesse cose, a cadenza, tra un non mi interessa, non rompermi i maróni e un vaffa… Beh dai, al nord sono tutti gentili, salutano ovunque e chiedono sempre come stai, salvo poi non aspettare nemmeno che tu risponda, sono di fretta, corrono.
Il lavoro non manca, salvo esaltare il fatto che il lavoro non manca e trattarti come uno del sud. (Non sono tutti uguali, c’è brava gente ovunque, ovviamente).

Non che qui al sud sia differente, ma del lavoro nero si è sempre parlato solo al sud, oggi è diverso, sì, non che non si parli del lavoro nero, no, anzi, se ne dà perfino una giustificazione, esiste grazie al famigerato reddito di cittadinanza. Beh! Certo, il sud ne ha sempre una per scansare il lavoro, però bisogna considerare anche che le persone del nord che ho conosciuto erano imparentate in qualche modo con qualcuno del sud, insomma, un nonno, uno zio, un cugino, un padre.
Perché non è così difficile da credere e pensare, sapete? I giovani italiani del sud un tempo emigrati a nord, sono gli anziani di oggi che hanno i figli del nord che dicono male del sud. Non hanno tutti i torti forse, il sud non dà modo di restare, perché restare agli occhi di tutti oggi come ieri è sinonimo di “Non avere voglia di lavorare “. È vergognoso.

E io? A me non piacciono le costrizioni, i parametri, le rime, le stilose porzioni di sillabe che costringono i versi al conto e a cercare l’ultimo accento nel vocabolario, sono sempre di fretta per chi è di fretta, sono lenta per la mia vita, mi sono adeguata, e non aspetto che mi chiami un call-center per mandarvi a … ché io so come funziona, lo so, perchè sono una del sud, che ha dovuto lavorare in nero a nord per mantenere agli studi una figlia del sud che per lavorare, non sta al sud, non sta al nord, sta all’estero.

Perché questa è l’Italia, l’Italia non dà modo di restare… Al sud come al nord

@nella

Amica mia

Di notte una mano silenziosa
scarabocchia i muri dell’assenza
amica mia, tu non sai ciò
che di te s’è fatto, in nome tuo
sfregiando il radicare dei tuoi rami
dove i nidi nascondevano gusci
e il vento intonava i suoi canti.
No, non sai amica, quanto profanata la tua anima sottile
sia stata
nella mia morte, nella tua
e non mi so spiegare perché
perché mai tu m’abbia abbandonata
abbia lasciato il cammino
la simbiosi che legava i nostri polsi
l’inciampo, le caviglie
hai spezzato le catene forse?
Le labbra umide hanno ancora parole da intonare tra i miei versi
rovinosa arranca la mia vena
e non ti lascio andare per una zona franca.
Non saprei senza il tuo respiro
sostenere la mia vita
e anche tu, tu intima e segreta
senza questa penna deturpata
dove rinasci e risorgi per me ora
in quale cellula ti addormenti
‘sì serena o tormentata
in quale tuorlo o albume.
Tu sola sai amica cara
quanto bisogno ho
di non restare ombra

@nella

I miei jeans

Alcune volte il mondo mi sembrava un confessionale, uno di quelli delle chiese dissacrate; un tatuaggio, un anello al naso, una moda.

Ché ogni cosa ritorna tra quelli civili, quelli che fanno tutto diventando dozzinali. Qualcuno penserà, senti chi parla -io me la rido.

E mi ricordo i miei jeans da ragazza
almeno due taglie più grandi
celesti, con le macchie a mo’ di leopardo fatte nella vasca con la candeggina.

Li tenevo su col cinturone e l’infilavo negli anfibi. Amavo le mie magliette corte, aderenti, e gli orecchini a cerchio con la croce appesa come Madonna.

In questo paese dove le comari guardavano dietro le tende di bambù, e additavano chiunque, vestite di nero, col fazzoletto sulla testa.

Loro andavano in chiesa, con l’occhio vigile e il rosario tra le mani, tra un padre nosto e un’ave maria. (Hai visto quella, ma com’è vestita?)


Sì, loro andavano in chiesa…
Loro non erano me

@nella

Un bel cappotto

Certe volte, ho i pensieri tra i lampioni, le mani nelle tasche che giocano con i buchi, le spalle stringono un “vabbè così doveva andare” e gli occhi brillano di “grazie”. E lo so, lo so che posso sembrare scema, col coltello tra le labbra a cercare di cantare canzonette la domenica mattina mentre l’olio salta sotto il pomodoro. Certe volte i lampioni sono spenti, le mani non hanno più buchi da cercare, rivoltano le tasche. Non passano i rimpianti tra le scapole, le braccia e i palmi e io, ad occhi chiusi rallento il respiro, mi abbraccio e mi metto a ballare, perché la vita certe volte è più leggera tra le spighe d’oro, sopra un libro giallo o sotto le campane, e si sa per i matti ogni cosa ha colore, ogni illogica parola, ora o frase. Certe volte, si ha addosso un bel cappotto, un garofano all’occhiello. All’occorrenza è quanto basta a zittire il mondo

@nella

Ho la danza nel cuore

Io sono quella persona
che ancora guarda il cielo
aspettando una meteora
e la sua scia luminosa.
Quella che sfoglia le margherite
quella che bara
che finge di perdere il conto.
Quella sono io
matta che sorride alle offese
che saltella nelle campane
disegnate sul nero dell’asfalto
quella immobile quando conti fino a tre
e non sta in equilibrio
quella che perde
quella che ascolta.
Quella
che resta in disparte
in silenzio, o che urla
senza vie di mezzo.
Quella che
non ha voce in capitolo
ombra dei lampioni
riva del mare, luce all’alba.
Il bicchiere mezzo pieno
il digrigno dei denti
le spalle al tempo
lacrima nascosta.
Il verde dell’aurora.
Uno spettacolo. Il controsenso.
Non parlerò in pubblico
non leggerò ciò che scrivo
ho la danza nel cuore
ma non so ballare

@nella

Due volte

Ho lasciato decidere alla vita,
e ho perso.
Ho perso quando non ho impuntato i piedi al suolo. Quando non ho studiato.
Ho perso quando ho indossato le scarpe più grandi.
Quando mi sono innamorata non di me stessa.
Quando ho pianto.
Ho perso in ogni modo e in ogni dove.
Quando ho scritto e ho pensato.
Quando volevo essere e non sono stata. Quando non ho ascoltato.
Quando mi hai deriso per strada e ti ho risposto, per questo ho perso.
Ho perso nella vita e non c’è dubbio.
Ho perso con me stessa ma ci ho provato.
E sì, ho perso quando ho resistito
all’urlo, alla rabbia, ai piatti rotti, ai pugni contro il muro. Alle lacrime di mia madre, alla sua mente vaga, alla mia inerme forza. Ho perso quando non me ne sono andata.
Quando avrei dovuto, voluto e ho rinunciato, quando sono stata niente. Ho perso troppe volte
non me ne importa.

“Per ogni fiore incolto io, forse ho perso
per quello specchio dove vedevo ciò che ancora odio.
Due volte sono stata un guanto,
grembo;
due volte ho ammirato il mio perdono.
Due volte sono stata artista, pittore, poeta, e di successo. Due volte ho saputo amare il solo per sempre che esiste al mondo;
e non sarai tu a dirlo, lo so per certo

@nella